Il Quarto Stato


è la sua opera più famosa, che superando l’impianto puramente realistico, diventa simbolo del progresso materiale e intellettuale dei lavoratori.

Raffigura un gruppo di braccianti che marcia in segno di protesta in una piazza, presumibilmente quella Malaspina di Volpedo. L'avanzare del corteo non è violento, bensì lento e sicuro, a suggerire un'inevitabile sensazione di vittoria, celebrando, quindi, l'imporsi della classe operaia, il «quarto stato» per l'appunto. In primo piano, davanti alla folla in protesta, sono definiti tre soggetti, due uomini ed una donna con un bambino in braccio. La donna, che Pellizza plasmò sulle fattezze della moglie Teresa, è a piedi nudi, ed invita con un eloquente gesto i manifestanti a seguirla: la sensazione di movimento trova espressione nelle numerose pieghe della sua veste. A destra della donna procede quello che probabilmente è il protagonista della scena, un uomo che, con una mano nella cintola dei pantaloni e l'altra che regge la giacca appoggiata sulla spalla, avanza con disinvoltura, forte della compattezza del corteo. Alla sua destra vi è un altro uomo che cammina muto, pensoso, con la giacca fatta cadere sulla spalla sinistra. La quinta costituita dal resto dei manifestanti si dispone sul piano frontale: quest'ultimi rivolgono lo sguardo in più direzioni, suggerendo di avere il pieno controllo della situazione. Tutti i contadini compiono gesti molto naturali: di questi, taluni reggono bambini in braccio, altri appoggiano la mano sugli occhi per ripararli dal sole, ed altri ancora, semplicemente, guardano diritti davanti a loro. Le figure sono disposte orizzontalmente: questa soluzione compositiva, se da un lato ricorda il classicismo del fregio dall'altra evoca una situazione molto realistica, quale può essere - per esempio - una manifestazione di strada. È in questo modo che Pellizza fonde armoniosamente i valori della civiltà classica con la moderna consapevolezza dei diritti civili.

Giuseppe Pellizza da Volpedo

(Volpedo, Alessandria, 1868- 1907)


Formatosi all’Accademia di Brera, poi presso quelle di Roma e Firenze (1877- 1888), dove seguì le lezioni di Fattori, terminò l’apprendistato presso l’Accademia di Bergamo e compiendo un viaggio a Parigi nel 1889. Questo tirocinio lo indirizzò verso il realismo con uno spiccato interesse per i temi sociali e contadini.