BIBLIOTECA

Alla biblioteca della Certosa si accede attraverso una porta posta  a sinistra di un corridoio, prima di giungere al chiostro grande.

Il portale di ingresso alla biblioteca, in marmi policromi, reca nella chiave di volta un’iscrizione in latino Da sapienti occasionem et addetur ei sapientía (offri al saggio l'occasione e la sua sapienza crescerà), tratta dal Libro dei Proverbi (Da’ al sapiente l’occasione e la sua sapienza aumenterà).

Vi si accede da una mirabile scala elicoidale, capolavoro unico d’ingegneria risalente al ‘400 e composta da 38 gradini monolitici aperti a ventaglio e perfettamente identici che elevano alla cultura. E’ una scala in pietra, raccordata unicamente da un cordolo ricavato negli stessi scalini, culminante in una balaustra anch'essa in pietra. Di autore ignoto, risalirebbe alla metà dei XV sec.

Prima dell’ingresso alla biblioteca, dopo lo scalone sono stati  ritrovati, a causa di recenti lavori di restauro, sotto il pavimento, dei gusci di tartaruga allineati in  misura crescente. Ciò stava a dimostrare la crescita lenta e graduale per elevarsi culturalmente. 

La regola certosina permetteva ai monaci di acculturarsi attraverso una lettura “scelta”, ovvero di libri che non distogliessero troppo l’attenzione dalla meditazione.

La biblioteca conservava fino ai furti avvenuti immediatamente dopo il restauro del regno borbonico del 1811 circa 20.000 volumi. Di questi oggi solo un decimo è conservato ancora nella certosa, il resto è disperso o conservato nella biblioteca Nazionale di Napoli. Scomparsi i libri, la sala della biblioteca è caratterizzata da tre elementi che si fondono armonicamente quasi a formare un tutt'uno: il pavimento, gli armadi e la grande tela della volta. Il primo, in cotto e maiolica, è attribuito come quello della chiesa a Giuseppe Massa, artigiano già attivo nel Chiostro maiolicato di S. Chiara in Napoli, e datato al XVIII sec.; i motivi e i colori prevalenti, giallo e azzurro, ne esaltano la bellezza. Gli armadi in noce, oggi vuoti, erano divisi per materia e sui cartigli, infatti, si legge "Historíci profani", "Poetae", 'PolemicP, "Sanctí patres", ecc. e perfino tibri prohíbíti", armadio questo che conteneva argomenti via via negati allo studio dei monaci. La tela che copre la volta a padiglione è dipinta a tempera e vi sono raffigurate alcune scene allegoriche: l'Aurora col carro, il Giudizio Universale, la Scienza opera firmata da Giovanni Olivieri è datata al 1763


IL PAVIMENTO

Donato e Giuseppe Massa due maestri riggiolari, padre e figlio, custodi di una tradizione artigianale che aveva avuto i suoi albori nel medioevo ed aveva ripreso quota con la venuta a Napoli nel ‘400 di Alfonso di Aragona. Il termine napoletano riggiola deriva dal catalano rajola che si riferiva alla finestrella quadrata sovrastante i portali dei palazzi. È interessante notare come anche il termine maiolica derivi dall’isola di Maiorca caratterizzata in passato da una notevole produzione di ceramiche; a loro si attribuisce anche il chiostro maiolicato di santa Chiara a Napoli.