CANTINE  - TORCHIO


Oltre il chiostrino della cucina, troviamo sulla sinistra le strette scale della cantina, zona fresca seminterrata dove i certosini producevano e conservavano il vino. Qui resta il grande torchio, ricavato da un unico tronco di quercia di quindici metri di lunghezza, datato al 1789, e sulla cui base è murata un’epigrafe romana che ci informa del culto di Attis. Nel testo si legge: Sanctum / mundum / Attinis p(ro) r(editu) / a fundament(is) / Helvia Abascantes / et Capitolina f(ilia) / d(ecreto) d(ecurionum) / p(ecunia) s(ua) f(ecerunt), riferendo perciò di un edificio sacro che due donne, madre e figlia, fanno costruire con decreto dei decurioni (ossia con l’avvallo dell’amministrazione pubblica) in onore di Attis, per il suo ritorno primaverile dopo la scomparsa invernale, a propiziare la rinascita della vita. Certamente la sua ubicazione non è originale, ma trattasi di materiale di spoglio proveniente dalla vicina Cosilinum, dove evidentemente era praticato il culto di Attis (forse nella grotta extra-moenia poi dedicata all’Arcangelo ed ora detta “delle Grottelle”). Sappiamo che intorno al 1780, per la vendemmia, giunse in Certosa mastro Francesco Raja da Torre, cui si deve l’ultimo assetto degli ambienti. Le gigantesche botti non sono originali, in quanto costruite negli anni Sessanta del ‘900 in occasione della realizzazione a Padula del film “C’era una volta” di Francesco Rosi, una favola napoletana che trae spunto da varie novelle del Pentamerone di Giovan Battista Basile, noto come “Lo cunto de li cunti”.