La Certosa di Padula dal ’42 al ‘45

La Certosa andò in funzione da aprile  1942 alla fine del  1945 come campo di prigionieri di guerra, ospitando ex ministri, alti ufficiali dell’esercito e della polizia, gerarchi locali, fascisti repubblicani, sospetti di spionaggio, collaboratori dei tedeschi, fascisti clandestini nel Meridione, ma anche operai e modesti impiegati che nulla avevano avuto a che fare con il regime fascista e addirittura ricchi israeliti napoletani che avrebbero dovuto essere tra i liberatori sfuggiti alle rappresaglie naziste. Il “371 P.W.Camp” nella Certosa di Padula era tenuto dagli inglesi, con la collaborazione di greci e indiani, che si facevano largo a scudisciate e pedate. Ivi erano stipati due-tremila internati di cui, per la natura di smistamento del campo, alcuni venivano liberati poco dopo, altri erano destinati ad altri campi, altri continuavano ad arrivare; pertanto, nel corso di circa due anni furono ospitati circa ventimila prigionieri. Erano, più che altro, civili ritenuti pericolosi per la sicurezza delle truppe “alleate” e semplicemente “puniti” in tal modo per aver coperto cariche politiche, economiche, amministrative. Per scherno, gli internati vestivano panni militari inglesi usati o tolti ai caduti per mano dei nazifascisti, contrassegnati sulla schiena dalla scritta PW. A Padula, come in altri campi, la Convenzione di Ginevra non fu osservata e i prigionieri furono trattati con estremo disprezzo, durezza e volgarità. Il campo fu attrezzato con paglia a terra nelle gelide camerate ventilate da ampi finestroni senza vetri. Anche d’inverno, i prigionieri erano costretti ad aspettare nudi all’aperto il turno per il rito catartico della doccia fredda. Gli inglesi, specie nei primi mesi, li alimentavano con ghiande e gallette ammuffite. Gli aguzzini indiani erano tanto sadici e criminali che, ripreso un prigioniero dopo un tentativo di fuga, lo sottoposero a sevizie feroci, finché non morì. Altri furono lasciati morire di fame o per malattie non curate, come successe allo scrittore Paolo Orano che, affetto da ulcera perforata, fu inviato all’ospedale di Salerno con tanto ritardo che, nel frattempo, morì di emorragia. C’erano, tra gli altri prigionieri, il principe Valerio e moglie Maria Elia, l’avv. Nando Di Nardo, il dott. Riccardo Monaco, provetto capitano pilota, la prof.ssa Elena Rega, il direttore del Banco di Napoli Giuseppe Frignani, l’armatore Achille Lauro, il pittore e scrittore Ardengo Soffici.

Opere pittoriche

I disegni realizzati dagli internati nel campo di prigionia allestito nel monumento durante la seconda guerra mondiale sono una forte testimonianza della triste permanenza di migliaia di prigionieri. Le raffigurazioni richiamano alle tecniche del fumetto che andrebbero preservate, restaurate e rese sempre fruibili ai visitatori al fine di rendere vivo il ricordo del passato e degli effetti devastanti delle guerre.


Disegno 1 - Prigionieri spettatori delle competizioni agonistiche sotto la guardia di due indiani armati sulle torrette.

Il disegno posto sulla parete esterna sottostante lo scalone ellittico, mostra sulla torretta di guardia un soldato indiano armato che vigila sugli spettatori che assistono alle competizioni agonistiche dei prigionieri, ben visibile il recinto sormontato da filo spinato che impediva ai prigionieri qualsiasi istinto di libertà.


Disegno 2 - Sogno dello squarcione

Ambiente sottostante lo scalone ellittico, raffigurazione intitolata “Il sogno dello squarcione” a firma “Francesconi” e datato 17-7-45. Letteralmente lo “squarcione” è una persona fanfarona o spaccona. Probabilmente l’autore del disegno conosceva anche la commedia di Plauto Miles gloriosus (Il soldato fanfarone o il soldato spaccone), in cui il soldato Pirgopolinice, un millantatore vanaglorioso, era noto per le sue spropositate e infondate vanterie. Attraverso il fumetto viene espresso il pensiero del prigioniero (nell’immagine a sinistra) che spera la morte degli occupanti (nell’immagine a destra).