Articolo 27

La responsabilità penale è personale.
L'imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva.
Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità

e devono tendere alla rieducazione del condannato.
Non è ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle

leggi militari di guerra.



Vite chiuse a chiave!
Ho sempre avuto repulsione per le manette… sempre ordinato di  toglierle in mia presenza… i carabinieri obbedivano malvolentieri temendo la fuga, ma io li tranquillizzavo con lo sguardo… Se c’erano familiari, venuti per salutare i loro cari, toccarli almeno per un attimo, li lasciavo entrare nel mio ufficio… e spesso parlare da soli, con documenti riservati sulla scrivania… non è mai mancato nulla! 
Facevo il giudice istruttore!
Un giorno un imputato detenuto mi pregò di salutare la moglie… era uno tosto e pericoloso… lo accennò tremante, aspettandosi un rifiuto. Il mio sì spontaneo ed immediato lo commosse… gli porsi il fazzoletto: “Non si faccia vedere così dalla signora!”… si asciugò gli occhi… e me lo spedì per posta la settimana seguente. Dopo qualche anno, ormai libero, mi chiamò per strada: “Giudice, io la stimo... certo mi ha arrestato… ma era il suo dovere… È stato sempre umano con tutti noi!”. 
Dopo la vita viene la libertà… tante volte volontariamente ci chiudiamo in una stanza… ma essere chiusi dentro dall’esterno… non auguro la prigione a nessuno… eppure per mestiere ci sbattevo dentro la gente… 
Ho fatto anche il magistrato di sorveglianza. In carcere ero stato molte volte per interrogatori, ma lavorarci è ancor più traumatico. Il mio compito principale era controllare la legalità all’interno di sette penitenziari, da parte dei reclusi e del personale di custodia. In ognuno passavo l’intera giornata una volta al mese. Si era creato un rapporto corretto con tutti: avevano afferrato che mi limitavo ad applicare la legge. Ascoltavo e, se c’era un problema, lo risolvevo; anche i direttori, che in un primo momento mal sopportavano il mio riconoscere spesso le ragioni dei galeotti, gradualmente compresero che tutelavo solo i loro diritti… e dove si osservano davvero le regole non protesta nessuno. Dopo un po’ pranzavamo insieme: superiori, agenti, detenuti; alcuni erano cuochi eccellenti e, salvo qualche diffidenza iniziale, non avevo fifa che mi avvelenassero.  
Mi ero persino organizzato per viverci 15 giorni per capire davvero: dentro una cella, come gli altri; rinunciai all’ultimo momento perché alla fine il dirigente non se la sentì di autorizzarmi: i rischi che correvo erano gravissimi ed aveva captato qualcosa… 
La prima visita... stavo per vomitare! 
Mi si parò davanti, prim’ancora che mi sedessi, un giovane con la bocca cucita col ferro filato… stava così da alcuni giorni… voleva il permesso di uscire per un fine settimana, ma gli veniva negato. 
“Si accomodi!”, lo affrontai con dolcezza, mentre mi portavano il suo fascicolo, che ne testimoniava la totale inaffidabilità… ma cercai di renderlo affidabile. Accettò di scucirsi la bocca e mettersi alla prova. 
Ci andavo anche apposta per lui… poi arrivò il giorno! L’intero sabato e la domenica non pensai ad altro, la notte non chiusi occhio, ma alle 22.00 della domenica mi telefonarono: “È rientrato!”. 
Il giorno dopo mi disse: “È la prima volta nella vita che uno si fida di me!”. 
Avrei voluto abbracciarlo, ma non lo feci. 
Da allora ebbe molti permessi e ritornò sempre… come tutti gli altri: non uno scappò!