CROCE (detta del Barliario)

Il Crocifisso, detto del “Barliario”, proveniente dal Monastero di San Benedetto di Salerno, è giunto al Museo Diocesano nel 1955 dopo la permanenza in Cattedrale, e prima nella Chiesa di Piantanova e nel Conservatorio di Gesù Sacramentato. Opera mirabile di arte lignea, con forte richiamo alle croci umbro-laziali, costituisce un esempio di pittura duecentesca su tavola, rara nell’Italia meridionale, che ripropone la tradizione orientale bizantina del Cristo vivo sulla Croce: Christus triumphans (Cristo Trionfante). Gesù, pur essendo crocifisso, non lascia trapelare nessun segno di dolore; gli occhi spalancati  sono come una sfida: Lui trionfa sulla morte. Anche il corpo e la testa non si piegano al dolore: restano eretti. Particolare interessante è il corpo nudo, cinto ai fianchi da un perizòma (dal greco perì, intorno e zònnymi, circondare), a differenza delle precedenti raffigurazioni di Cristo, quando veniva rappresentato con una lunga tunica senza maniche, come quella indossata dai primi monaci cristiani. L’espressione del volto, il tipo di nodo del perizoma, la struttura del corpo, che si intuisce rigida e non sinuosa, lasciano trasparire un raccordo con l’area pisana profondamente influenzata dalla cultura bizantina e che dalla seconda metà del XII secolo aveva intensificato gli scambi commerciali con Salerno. La Croce oggi, pur essendo molto rovinata,  perchè nell’Ottocento subì gravi danni a seguito di un incendio, è una preziosa testimonianza nel suo genere. L’opera si completa, nei lacerti dipinti dei pannelli laterali, con la rappresentazione della Madre e di San Giovanni.
La tradizione lega la Croce alla leggenda di Pietro Barliario, il mago alchimista, che nel 1144 si senti responsabile della morte dei nipoti, bruciati all’interno del suo laboratorio. Fortemente turbato, Barliario si prostrò, per tre giorni e tre notti davanti al Crocifisso, che accolse il suo pentimento alzando il capo.