GLI AVORI DI SALERNO

Gli Avori Salernitani sono un ciclo di 67 tavolette di avorio (in origine erano una settantina) raffiguranti scene del Vecchio e Nuovo Testamento provenienti dalla Cattedrale di Salerno ed esposti per la maggior parte nel locale Museo Diocesano. Per la loro quasi completezza e l’eccellente stato di conservazione, rappresentano il ciclo decorativo eburneo più importante al mondo. Non sappiamo chi sia stato a commissionare l’imponente opera né a cosa fosse esattamente destinata : pare appurato, in base a studi iniziati negli anni trenta e tutt’ora in corso, che furono realizzati quasi esclusivamente per la Cattedrale di Salerno. Nel complesso, il ciclo presenta tre, se non addirittura quattro stili decorativi differenti, tanti quanto si ritiene siano stati gli autori (due per il Vecchio Testamento, almeno altri due, se non tre per il Nuovo) ed anche le loro origini sono state individuate possibili “maestranze ”nordeuropee, arabe e bizantine, con precisi richiami a cicli eburnei prodotti nella vicina Amalfi. La precisa “scelta” degli episodi raffigurati fa comunque intendere che il ciclo non fosse stato concepito come una “Bibbia dei poveri”, come per anni si era erroneamente creduto, ma che dietro gli autori ci fosse una committenza specifica e sicuramente colta, forse ecclesiastica. A conferma di ciò, poi, tutte le figure, anche le più umili, non appaiono mai rozze o incolte, ma sempre lavorate con estrema precisione e finezza.

La tecnica usata è quella dell’incisione diretta sulle tavolette, con molti abbozzi iniziali dell’opera compiuti sul retro delle stesse, dopo essere state tenute a bagno nell’aceto per stirarle e renderle più duttili alla lavorazione; a ciò si aggiunge la tecnica, di derivazione carolingia, della fusione diretta sull’avorio di perline di pasta vitrea nera come decorazione per gli occhi dei personaggi.

Il ciclo inizia con le tavolette del Vecchio Testamento che hanno un andamento orizzontale e sono divise in due riquadri per pezzo. Si comincia dalla Separazione della Luce dalle Tenebre e dalla Creazione degli Angeli per arrivare alla creazione dei progenitori e al Peccato Originale; dal Diluvio Universale si passa via via ad altri episodi biblici quali La Torre di Babele, le Storie di Abramo e di Mosè per terminare con la Consegna delle Tavole della Legge. Alcune di queste tavolette non si trovano più a Salerno, ma sono esposte in alcuni dei musei più importanti del mondo: basti ricordare quella con le Storie di Caino e Abele del Louvre di Parigi.

A differenza del primo, il Nuovo Testamento colpisce subito per l’andamento, non più orizzontale ma verticale con le tavolette divise sempre in due episodi ma stavolta messi l’uno sopra l’altro. Ciò fa intuire che, nella posizione originaria del ciclo, esso avesse una funzione diversa, quasi centrale nella composizione. Altro fattore rilevante è lo stile diverso, frutto dell’amalgama tra gli stili di tendenza normanna, araba e bizantina (quest’ultima tendente al recupero dell’arte classica), segno tangibile che l’opera sia attribuibile ad almeno tre maestri, e con una sovrabbondanza decorativa e di sfondi che fa pensare ad una sorta di horror vacui. Vi sono, inoltre, richiami precisi a Salerno e al mondo orientale, con la città e i templi simili più a minareti e moschee che a chiese cristiane.

Il paliotto viene citato per la prima volta agli inizi del XVI secolo, quando viene nominata ”una grande tavola d’avorio” (cona de ebore magna) sita nella sagrestia della Cattedrale di Salerno; probabilmente si tratta dello stesso pannello che fu visto ed accuratamente disegnato alla metà dell’Ottocento dallo storico dell’arte francese Charles Rahault de Fleury, al quale si deve la prima testimonianza diretta dell’opera in situ, e che probabilmente non era quella originaria. Altra ipotesi,  formulata all’inizio degli anni Sessanta e ritenuta valida fino al 1980, è quella del tedesco Hans Hempel, secondo il quale gli avori decoravano una cattedra vescovile (se non addirittura allegorica); l’inglese Robert Bergman ha sostenuto che decorassero una porta posta a chiusura dell’iconostasi della Cattedrale salernitana. Altre ipotesi sostengono che ricoprissero una “capsa” reliquiaria, se non addirittura l’antico altare della Cattedrale, ma probabilmente una risposta chiara non si avrà mai.



La nascita di Eva e il peccato originale

Questa tavoletta si riferisce all’episodio veterotestamentario  della Nascita di Eva, preso dal Libro della Genesi (2,21-25). Al Centro della scena compare Adamo che dorme sudo e sul fianco, disteso sull’albero della vita, da cui pendono numerosi frutti fra cui si riconoscono limoni, uva e fichi.  Eva sembra fuoriuscire dal costato di Adamo, in modo analogo a tanta iconografia medievale. Ai lati dell’Albero della Vita, quasi in forma di grande X compaiono quattro rivoli di acqua, che simboleggiano i fiumi menzionati nel testo della Genesi: il Tigri, l’Eufrate, il Fison e il Ghihon.