ART. 37


La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e
assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.


LA DONNA LAVORATRICE

C’è uguaglianza tra uomini e donne?

Il principio di parità tra uomini e donne nell’ambito lavorativo è stato il frutto della consapevolezza, da parte delle madri costituenti, del fatto che le donne italiane nel corso della guerra avevano saputo svolgere mestieri che venivano tradizionalmente considerati “da uomini” e dunque non intendevano ritornare allo status quo pre bellico che limitava il loro ruolo alla sfera domestica. Infatti, l’Articolo 37, oltre a stabilire l’uguaglianza tra uomini e donne, prende in considerazione il ruolo sociale svolto dalle donne. A questo riguardo Aldo Moro osservò che: “il riferimento alla essenzialità della missione familiare della donna è un avviamento necessario e un chiarimento per il futuro legislatore, perché esso, nel disciplinare l’attività della donna nell’ambito della vita sociale del lavoro, tenga presenti i compiti che ne caratterizzano in modo peculiare la vita”.

Naturalmente l’essere madre non è il compito principale delle donne, ma è vero che molte lavoratrici sono anche madri, e quindi è necessario prendere in considerazione come la maternità, o meglio la genitorialità, cambi le esigenze di lavoratori e lavoratrici. In particolare, con la legge n.1204 del 1971 “Tutela delle madri lavoratrici” la maternità viene considerata non solo come un valore individuale, ma come un valore sociale, di cui la società deve farsi carico. Tuttavia, con la legge 1204, anche se vi è una maggiore tutela delle madri lavoratrici, la cura dei figli rimane comunque un obbligo prevalentemente femminile.

Con la legge n.53 del 2000 si introduce invece il concetto di conciliazione e vengono istituiti i congedi parentali, che, così come i permessi per malattia possono essere usufruiti da entrambi i genitori. La legge quindi considera più la cura di figlie e figli un’esclusiva responsabilità delle donne. Tuttavia, in pratica, sono ancora relativamente pochi i padri lavoratori che usufruiscono dei congedi parentali e il congedo di paternità prevede solo 5 giorni di astensione dal lavoro. Non solo, il rientro da una maternità per le madri non è sempre facile: secondo dati dell’Osservatorio Nazionale Mobbing, 4 madri su 10 vengono costrette a dare le dimissioni per effetto di “mobbing post partum”. Questo dato indica come benché la maternità delle donne lavoratrici sia tutelata, il mondo del lavoro fatica ancora a garantire alle madri lavoratrici i loro diritti.